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La politica del carbone PDF Stampa E-mail
Scritto da nocoke.org   
giovedì 24 maggio 2007 11:59

Sembra essere passato un po' inosservato - e per questo lo riproponiamo - un articolo apparso martedì 22 maggio 2007 su La Repubblica, tra i Commenti, a pagina 22.

Si tratta di un illuminante articolo, a firma di Giovanni Valentini, che parla chiaro sulla più o meno occulta politica del carbone in Italia, con i nomi di chi oggi da dentro il Parlamento fiancheggia ENI ed ENEL (ovviamente il Ministro Bersani) e di chi invece tenta di arginarla (il Ministro Pecoraro Scanio).

Non a caso l'articolo - che riportiamo per intero qui di seguito - appare anche nelle pagine della rassegna stampa del Ministero dell'Ambiente. Vi invitiamo a leggere l'articolo con attenzione perchè si dica sì che siamo di parte, ma specificando bene da quale parte e contro quali aziende e quale sistema.


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La via per ridurre i gas serra

Editoriale di Giovanni Valentini da "la Repubblica" del 22 maggio 2007

Mentre l´Eni e l´Enel – cioè i vecchi padroni italiani dell´energia – investono in campagne promozionali a favore delle fonti alternative, l´uno dispensando i suoi 24 consigli per risparmiare i consumi e l´altro per decantare le prerogative del sole e del vento, il governo italiano pensa ancora a proteggere la produzione di carbone, la risorsa meno costosa e più inquinante. O meglio, più che il governo, bisogna dire il ministro dello Sviluppo economico, il "rosso" Pierluigi Bersani, contro il verde Alfonso Pecoraro Scanio, ministro dell´Ambiente, al quale va riconosciuto il merito di aver previsto e anticipato quasi al grammo il Piano sulle emissioni di gas serra imposto recentemente all´Italia dalla Commissione europea.

Anche sotto l´aspetto più politico, il caso è emblematico delle contraddizioni che covano ancora sotto le ceneri dell´Unione sul terreno energetico e delle incognite che gravano sul futuro Partito democratico in campo ambientale. Sono due visioni, o quantomeno due sensibilità, diverse rispetto alla stessa questione. E rivelano – per così dire – uno strabismo congenito che non giova certamente alle "magnifiche sorti e progressive" del centrosinistra.

Ricapitoliamo i fatti. L´Ue boccia il Piano italiano che prevedeva 209 milioni di tonnellate come limite annuo per le emissioni di anidride carbonica nell´atmosfera, dal 2008 al 2012, permettendone al massimo 195,8 con un taglio del 6,3%: vale a dire più o meno quante ne aveva proposte un anno fa il ministro dell´Ambiente (194 milioni di tonnellate). Tutto ciò in forza del Protocollo di Kyoto, respinto finora dagli Stati Uniti ma ratificato ormai anche da Russia e Cina, che impegna i Paesi industrializzati ad abbattere la mefitica CO2, per ridurre l´effetto serra e combattere il surriscaldamento della Terra.

Nel nostro Piano nazionale di assegnazione, però, si stabilisce una riserva per gli operatori che vogliono entrare sul mercato della produzione termoelettrica di energia pari ad appena 15,8 milioni di tonnellate all´anno: meno del 10% sul totale. È un tetto considerato insufficiente per coprire il loro fabbisogno di quote, tale da bloccare gli investimenti in nuova capacità di generazione che pure è necessaria al nostro Paese per soddisfare la domanda e scongiurare rischi di black-out. Nel frattempo, molti di questi "nuovi entranti" hanno già presentato i loro progetti e in qualche caso hanno anche cominciato a costruire le centrali.

Di fronte alla bocciatura di Bruxelles, ora il governo italiano dovrà rimettersi al lavoro per indicare i settori e le tecnologie su cui applicare i tagli. La previsione più ragionevole è che la riduzione maggiore nel campo termoelettrico riguardi proprio gli impianti a carbone: innanzitutto perché questi, utilizzando una materia prima meno costosa, godono già di un miglior rendimento economico; ma soprattutto per non penalizzare quelli che utilizzeranno fonti meno inquinanti come i cicli combinati a gas. In caso contrario, i nuovi operatori sarebbero costretti ad acquistare sul mercato internazionale dell´elettricità i "crediti di emissione" (18-20 euro a tonnellata), cioè le quote di energia verde prodotta nei Paesi in via di sviluppo o dell´ex blocco sovietico, con un aggravio di costi che li metterebbe verosimilmente fuori gioco.

A dispetto del Protocollo di Kyoto e del buon senso, si scopre invece che nel Piano notificato alla Commissione europea sono stati assegnati nel quinquennio 5,5 milioni di tonnellate a titolo gratuito a un impianto-fantasma, un impianto che non esiste: quello di Torre Valdaliga Nord (Civitavecchia), di proprietà dell´Enel, una vecchia centrale a olio praticamente rasa al suolo e destinata a essere riconvertita a carbone, ammesso che ottenga le autorizzazioni necessarie. Altrimenti, le rispettive quote confluiranno nella dotazione dello stesso ente che potrà utilizzarle per compensare le emissioni nocive di altri impianti. Una partita di giro, insomma, a danno dell´ambiente e dei futuri o potenziali concorrenti.

A parte questo evidente paradosso, attribuibile a un errore materiale o forse a una benevola distrazione, resta comunque l´esigenza di dimensionare la riserva per i nuovi operatori in modo più equo e funzionale. L´obiettivo prioritario non può che essere quello di incentivare la produzione energetica attraverso fonti a minor contenuto di carbonio e indurre quindi il sistema italiano ad avvelenare meno l´atmosfera, contenendo le emissioni di CO2. Il secondo obiettivo dev´essere quello di ridurre i prezzi sul mercato all´ingrosso dell´elettricità, sostituendo progressivamente la produzione ad alto costo (olio combustibile) con quella a gas naturale in impianti più moderni ed efficienti.

In attesa di passare dall´economia del petrolio a quella dell´idrogeno, il futuro dell´umanità è affidato allo sviluppo delle fonti rinnovabili, a cominciare da sole e dal vento. Solo l´energia pulita potrà salvare il pianeta dall´autodistruzione. Ma intanto occorre garantire la sicurezza e l´autosufficienza del sistema elettrico nazionale, per evitare che prima o poi l´Italia resti materialmente al buio.

 
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